itaca
Pubblicato: 8 gennaio 2013 Archiviato in: Uncategorized Lascia un commento »E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
gia` tu avrai capito cio` che Itaca vuole significare.
tratto da Itaca, di Konstantinos Kavafis
La nostra generazione è caratterizzata da un’angoscia del futuro. Niente di nuovo, in verità. Ogni giorno, da ogni parte si ode un pessimismo di fondo che permette a molti ragazzi e ragazze di sradicare quella connessione che lega la propria terra al domani. C’è aridità sotto i nostri piedi, i frutti non maturano più e molte giovani promesse sono pronte a salpare verso molteplici direzioni, ci si sente più vicini all’orizzonte perchè le onde trascinano al largo.
La generazione detta no future è disposta a partire: meglio abbandonare gli affezionati angoli e oltrepassare innumerevoli dogane perchè al di là della frontiera potrebbe esserci una svolta decisiva. Il coraggio viene impresso con l’inchiostro dei biglietti – spesso di sola andata – che non indicano solamente una meta, ma anche il modo per redarguire le passate illusioni. E, poi, partire adesso è molto più semplice: non si rischiano i treni sovraffollati che incastravano speranze all’interno dei vagoni; oggi, il confortante metro quadrato si può prenotare con mesi di anticipo con la sola incognita dell’imprevedibile servizio ferroviario o di intemperie atmosferiche che, al massimo, concedono di salutare ulteriormente i propri cari. Le valige, inoltre, sono più comode da trasportare poichè è stato sufficiente ricordarsi di una delle prime invenzioni dell’essere umano per rendere più elastica una delle maggiori vocazioni degli uomini.
Queste facilitazioni permettono, quindi, di uscire dai propri confini e di osare più concretamente: a differenza di molti, il cosiddetto viaggio della speranza si può trasformare in un soggiorno prolungato. Chi parte da emigrante può anche ritornare come un turista sfortunato e disoccupato. Un figlio su tre rimane ad aspettare che le Parche tessano il proprio destino perchè essere assidui consultatori di bacheche di annunci o disintossicare il tedio quotidiano attraverso tour di colloqui presso le agenzie è demoralizzante e induce a non sopportare la terra d’origine. E si vuole partire come dei moderni Ulisse ma, accade anche che - a differenza delle conclusioni dell’Odissea – non si voglia tornare mai più perchè la conoscenza di altre sponde del pianeta fornisce le stesse motivazioni di chi, in questo momento, ne ha le palle piene delle retoriche sulla patria.
“Infatti né io posso agire con animo sereno in questo tempo nefasto per la patria.”
Inno a Venere, Lucrezio
Un appello che rivolgo ai miei coetanei è quello di scappare, curiosare il mondo e di riportare in Italia il melting-pot. Sarebbe disdicevole pensare che possano resuscitare dei Mecenate della nostra bellezza che in realtà sono sempre i soliti stronzi di provincia. E che la Storia ci possa relegare tra gli sconfitti.
book block
Pubblicato: 4 dicembre 2012 Archiviato in: Uncategorized | Tags: autoreferenziale 1 Commento »Il titolo può suonare come un incitamento allo scontro di piazza, tipo quelle scenografie che ogni tanto compaiono nell’immaginario di qualche fenomeno da baraccone eccitato dall’estetica del duro confronto tra manifestanti e sbirri. L’eterna sfida tra la ragione e il torto.
Si sta disquisendo di qualcosa che, invece, interrompe la fantasia dello scrittore – attività che modestamente intraprendo per perdere del tempo a sbattacchiare i tasti di una macchina. Eppure c’è del marcio quando si tenta di tratteggiare la narrazione che separa il frontespizio dalla parola fine; avviene che un giogo sottomette la creatività e la rende serva della routine: l’abitudine diventa opprimente e, quindi, le pagine da riempire si moltiplicano nella mente. La fantasia si chiude e viene soffocata dalle percussioni di un sentimento che disfa ciò che l’entusiasmo è riuscito a fare.
Scrivere un libro – la mia prima (unica?) pubblicazione seria – diventa qualcosa di impetuosamente denigratorio: le idee si confondono e tutto sembra una lunga linea di inchiostro sempre più indecifrabile anche per chi pensa.
Questo è l’equilibrio che si viene a spezzare: ordine e disordine non coesistono più nella medesima mente, perchè uno dei due componenti della psiche cerca di egemonizzare l’altro elemento: le frasi diventano sempre più balbuzienti, le lettere sono costantemente rimangiate e l’afasia compulsiva annulla ore di meditazione spese a tessere le fila di una trama che oramai sembra sempre più distante.
Accade anche che scelte calate dall’alto rimettano in discussione tutto: l’ordine della spiaggia e il disordine delle onde ricominciano a coesistere. I punti interrogativi si trasformano in frasi di senso compiuto e il book block scompare dalle piazze dell’immaginazione per riprendere posto su uno scaffale polveroso che ancora aspetta di essere riempito con un libro che ancora non c’è.
Un caffè, grazie.
perchè non voterò alle primarie
Pubblicato: 20 novembre 2012 Archiviato in: Uncategorized | Tags: primarie Lascia un commento »Io non andrò a votare alle primarie. Non sono contrario alle primarie per partito preso: è un sistema auto-organizzato notevole per coloro che vorrebbero esercitare un maggiore controllo democratico dal basso. La scelta di rinunciare a questo evento di portata nazionale può apparire come una soluzione che mi spinge verso l’isolamento politico. E’ una modalità di scelta del candidato premier per la coalizione di centro-sinistra rappresenta una resa nei confronti delle pulsioni populiste.
Si stanno compiendo dei passi indietro che non sono dovuti alla profonda autocritica dello status quo, ma ribadiscono ulteriormente la deriva qualunquista che rappresenta il residuo tossico di venti anni in cui l’Italia si è divisa attorno alla figura di Silvio Berlusconi. Che la leadership sia un elemento fondamentale è indubbio, che la scelta di un rappresentante si trasformi in un atto di fede fa storcere il naso e rende evidente la crisi democratica in cui stiamo vivendo.
Qualcuno potrebbe obiettare che la risposta ai privilegi è proprio quella del maggiore coinvolgimento della popolazione alle scelte dei partiti, in quanto mediatori tra lo Stato e i cittadini: dal dibattito in televisione e seguendo con puntualità questa competizione, mi sono reso conto quanto siano stati fondamentali un sorriso, una battuta, il modo in cui i candidati si ponevano di fronte alle telecamere nel momento in cui avevano quei pochi secondi da consumare. In Italia, i problemi sono tanti e di molti: questi piccoli sketch non hanno che contribuito ad alimentare la confusione che aleggia attorno al futuro di questo Paese.
La Carta di Intenti della coalizione “Italia Bene Comune” dovrebbe delineare un terreno comune in cui identificare il sostrato che caratterizzerà l’azione di governo di chi ha aderito a tale ammucchiata: probabilmente ogni candidato teme di perdere consensi e reciproche differenze nette non ce ne sono state: oggi, è richiesto uno sforzo maggiore e non vale più la regola del “facciamo di necessità virtù”, perchè è necessario osare. Non si sta chiedendo la luna, ma il coraggio. Chiunque vincerà le prossime elezioni, avrà la responsabilità di ricostruire una comunità dalle proprie macerie: e non è solo una questione di credibilità della classe dirigente; c’è bisogno che oggi chi sta peggio, ritorni a sorridere con la fierezza di chi è riuscito a realizzare i propri sogni.
Risparmierò quei due euro perchè pretendo una netta svolta con il passato e queste primarie non soddisfano le mie pretese.
appunti di agosto
Pubblicato: 3 agosto 2012 Archiviato in: Uncategorized Lascia un commento »Sto raccogliendo le forze per scrivere un libro.
Mio nonno, deceduto venti anni fa, mi ha fornito la sua storia cioè un’autobiografia da brividi che, tuttavia, essendo stata redatta da un contadino, pastore e operaio proveniente dalle valli irraggiungibili e sperdute dell’Aspromonte ha uno stile narrativo tipico di chi non è riuscito ad andare oltre la quarta elementare. E’ una narrazione che parla di brigantaggio, miti, santi e vicende politiche che hanno per protagonista anche la comunità di Africo, un paese isolato per secoli all’interno delle montagne calabresi e che, in seguito ad una alluvione – nel 1951 – è stata costretta a vivere una delle situazioni più drammatiche della storia repubblicana: secoli di attività economiche prevalentemente di sussistenza spostate, da un giorno all’altro, verso la costa jonica.
Il materiale che ho a disposizione è denso di intrecci che raccontano una parte di Italia che arranca e si arrangia e che, nonostante le difficoltà, cerca di sopravvivere alle molteplici pressioni che provengono da uno Stato e dall’ antistato che sembrano farsi reciprocamente ombra negando la luce alle devote speranze del popolo meridionale.
una retrocessione meritata e ampiamente prevista
Pubblicato: 9 giugno 2012 Archiviato in: Uncategorized Lascia un commento »Il Vicenza Calcio è stato il motivo che mi ha fatto avvicinare al mondo calcistico dopo che, nel 1997, quella gloriosa formazione allenata da Francesco Guidolin riuscì a conquistare la Coppa Italia. Custodisco tra i miei cimeli la maglietta di Marcelo Otero, quella biancorossa con il numero 19. Questa premessa autobiografica è necessaria per far capire quanto sia riconoscente a questa squadra, essendo riuscita a innescare una delle più coinvolgenti passioni della mia vita.
Vicenza, negli ultimi anni, è riuscita a perdere il proprio prestigio poichè non è stata in grado di risollevarsi da un periodo di inesorabile declino. Evidentemente una parte – dominante – della città si è comportata come se vivesse una metropoli non rendendosi conto di vivere in una semplice comunità di provincia. Si è dimostrata tale quando erano ostinati nel dire che bisognava raddoppiare lo spazio militare per l’esercito americano, quando è stato costruito un Teatro Comunale sicuramente poco pop; ne stiamo avendo la conferma quando sentiamo di progetti che costano 700 (settecento) milioni di euro per la realizzazione delle strutture per i Treni ad Alta Velocità. Dulcis in fundo, non ci si può dimenticare che il simbolo della storia e della cultura, la Basilica Palladiana, verrà adibita a spazio dedicato al lusso. Una parte dei cittadini può permettersi di vivere dignitosamente dato che i luoghi adibiti a quel target di persone sono più che mai tutelati; il resto della città, senza generalizzazioni, deve confrontarsi con ordinanze, musica spenta, locali che subiscono le ronde della polizia municipale. Sfortunatamente l’estate, non dura dodici mesi e non ci sono sempre quelle istituzioni culturali inclusive come le feste rock e Festambiente e, adesso, una delle poche cose che erano rimaste alla città per godere di un qualcosa di discreta qualità e prestigio come il campionato di Serie B non c’è più (salvo ripescaggi). Mi dispiace per i tifosi, per coloro che hanno dipinto di biancorosso l’autostrada fino ad Empoli: Vicenza, quella popolare, ha esaurito le rendite del passato e, per adesso, si deve accontentare di osservare dal basso verso l’alto le storiche rivali, Hellas Verona e Padova. Quanto è paradossale che una zona così ricca come la nostra non abbia saputo investire le proprie risorse economiche e umane in un progetto così appassionato e coinvolgente quale è il calcio?
spazi
Pubblicato: 15 maggio 2012 Archiviato in: Uncategorized Lascia un commento »
Con le righe che seguiranno non si intende diffondere un trattato sociologico, bensì evidenziare la triste sorte degli spazi pubblici che diventano sempre di più corridoi di passaggio verso private mura che hanno mercificato anche il divertimento e il semplice stare insieme.
Piazze deserte, urne vuote: questo adagio è una perfetta fotografia della situazione di socializzazione di questo frammento di storia.
Un bar per ritrovarsi: un luogo in cui la consumazione è obbligatoria; un locale per ascoltare musica: un posto in cui la presenza, molto spesso, richiede un pedaggio. Personalmente, sono consapevole del fatto che non vi debba essere una permanente gratuità anche perchè, oltre all’applauso, all’artista serve anche un contributo economico che gli/le permetta di diffondere le proprie capacità creative.
Dopo la precisazione di buon senso, la questione principale è questa: i ragazzi meno abbienti o coloro che, semplicemente, preferiscono spendere il proprio cash in altre attività che non siano il carissimo cocktail o la classica tessera che può costare quanto due ingressi devono essere costretti a trascorrere le serate in luoghi che obbligano a spendere il proprio denaro? Non sto facendo i conti in tasca alle persone e tantomeno elogio l’arte della ristrettezza economica: sto evidenziando che questo tipo di serate nei classici bar/discoteche/locali determina un surrogato della libertà che è manifestazione del mercato. Non si tratta di decidere se spendere o meno le proprie disponibilità economiche; c’è da scegliere in quale siamo obbligati a trascorrere le nostre serate sempre uguali perchè non c’è altro da fare. Ogni locale poi, ha un menù, dei prezzi, un target. Uno studente che vive grazie ai sussidi di mamma e papà non frequenterebbe mai un luogo in cui l’offerta di alimenti e bevande è onerosa per le proprie tasche e, quindi, questo modo di selezionare la clientela produce, generalmente, una divisione classista delle possibilità di divertimento.
E’ giusto che vi siano anche questi luoghi privati di aggregazione, è sbagliato che quella scelta possa essere obbligata.
Una piazza, invece, è un luogo in cui possono accedervi tutti, senza distinzione di ceto sociale. Si è liberi di scegliere se starci oppure no, ma nessuno ( o quasi nessuno ) oserebbe mai vietare ad altri di stanziarsi nello slargo. Sedersi in un angolo di centro storico (senza che sia necessariamente un bar) o in un parco pubblico con degli amici e delle amiche per bere una birra a cielo aperto – in alcune città – è vietato dalla legge in nome di una cultura vede questo tipo di abitudine come una forma di degrado urbano. Prendere una chitarra classica, che non permette di strimpellare della tekno, e suonarla in piena notte può essere considerato pericoloso per la quiete pubblica. Anche in aree in cui i residenti non ci sono e, quindi, non c’è il rischio di disturbare chi dorme.
Quante volte si è sentito che nelle città non c’è mai nulla da fare? Molto spesso ci annoiamo nei nostri luoghi perchè abbiamo delegato il nostro modo di trascorre piacevolmente del tempo sia a privati, che intendono campare attraverso il nostro svago, sia a legislatori che, ignorando le abitudini delle giovani generazioni, etichettano certe situazioni come dei modi di fare degradanti. E’ molto importante, per rafforzare l’ottimismo – necessario in tempi di crisi – riproporre degli spazi in cui possano accedere tutti; luoghi in cui si scelga liberamente la modalità di condivisione di sentimenti, senza essere necessariamente dei clienti.
“Riappropriarsi delle piazze e degli spazi” non è un semplice slogan da appendere in giro e da ostentare con fanatismo: è un segnale di liberazione dall’individualismo rassegnato, un’opportunità per far comprendere che esistono altri tipi di benessere oltre a quello di un consumatore; un gesto di risveglio dall’incubo della noia.
Ai miei coetanei spetta questa rivincita: prendere un pezzo di mondo per poi modellarlo come piace a noi, per stare bene sia con noi stessi che con gli altri. Se per alcuni questo modo di stare insieme si chiama fracasso, degrado o, addirittura, disordine pubblico; per noi accendere un po’ di musica è cultura. Le città non sono solo di chi dorme, ma anche di chi vive. E poi cari burocrati e acidi residenti, se gli ubriachi urlano non è colpa dei musicisti. State tranquilli. Dopo che avremo spento il sound vi faremo trovare le strade pulite e molti più sorrisi.
A Bologna, il giorno 11 maggio si è tenuto la seconda edizione del “Piazza Verdi Back Again“. Dalle 17 fino a tarda notte i Giovani Comunisti e numerosi artisti (su tutti, Junior Sprea, Mark-One, Nico Royale e Inoki) hanno rivitalizzato la città proponendo uno spazio di discussione, di convivialità, di musica. Qualcuno ha tentato di staccare la spina, ignorando che la musica non conosce eutanasia. Avanti!
A proposito di spazi di cultura.
Ricordo Macao che stamani è stato sgomberato dalla polizia.
E nei prossimi tempi inserirò nel blog una sezione dedicata agli spazi in cui si respira cultura.
fuorisede in cento (o forse più) parole – un post autobiografico e autoreferenziale.
Pubblicato: 10 maggio 2012 Archiviato in: Uncategorized Lascia un commento »Che bella la vita universitaria: il libero arbitrio che si estende. Il tempo e lo spazio che entrano nel mio possesso e tutto sembra un modo per riuscire a respirare da un’ apnea che vede il suo prologo nelle tormentate ore adolescenziali. Poi un flusso di novità. Cresciuti. Maturi. Responsabili. Indipendenti. Poi la mattina la sveglia suona e il senso del dovere ti trascina giù dal letto. Bella l’indipendenza quando hai un frigorifero vuoto riempito dalle offerte del supermercato. Nonostante tutto, la grande città sembra una conquista da impero, ma la mia amata casetta è un trono senza sudditi e i tesori più grandi li posso tenere stretti con un abbraccio.

